Fiumicello. (segnalazione speciale V^ Edizione Premio Primo Marinig)

FIUMICELLO di Federico Zucchi

Case contro campi,

estati rasenti agli uccelli,

adorate dal sole e dal vento,

anime che non chiedono

carità d’ombra,

ma lune abitate

in cieli senza

zanzariere.

Fiumicello è

la pelle tarmata di mia nonna

Regina dei suoi anni,

gli occhi verdi d’allarme,

grandi di tregua.

Fiumicello è

aspettare un pesce nella Mundina,

addormentare l’esca nelle mani,

sognare polveriere di grano

e scorciatoie di felci

a portata di mare.

In un sogno di luglio

i lucci ridono dal fango

e io ho i capelli più corti

dell’erba e un orto

che conosce a memoria

la bellezza di mia madre.

Fiumicello è

vincere un pesce rosso

alla festa delle pesche,

e ascoltare il suo battito

piano piano, perdere peso

e pregare invano,

che i cuori non siano

disegnati a matita.

Fiumicello è

un’anguria spaccata

al goal di Caniggia

è mia zia Nene,

che non chiede

a nessuno

le cause dei fiori.

Fiumicello sono

storie di sassi,

sapute da pochi,

amnesie di alligatori,

alleanze di mani

allacciate

per noi.

Racconto vincitore del Premio Primo Marinig (V^ Edizione)

LE MIE RADICI DI Carolina Venturini

Non ho mai particolarmente amato la mia terra, l'ho rinnegata, l' ho sfuggita, ho disprezzato la semplicità e la chiusura, quella mentalità che spesso e volentieri ho definito "contadina" e "limitata"; me ne sono andata tante volte, attraverso libri, fantasia, viaggi, scelte scolastiche che mi hanno portata a scoprire porzioni di mondo, a cercare in tutti i modi di staccarmi dal retaggio campanilistico che permeava e permea tutt' ora la realtà in cui vivo, dai cui limiti mi sono sempre sentita soffocare. Ho scelto di non affondare le mie radici in questa bruna terra, la mia mente è sempre stata proiettata lontano, attratta da metropoli ricche di opportunità e percorsi di crescita.
Non mi sono mai sentita friulana, né ho mai voluto parlare o imparare il friulano, benché abbia apprezzato alcune compagnie teatrali che recitavano in lingua e le struggenti, intime, canzoni degli Alpini. Non mi sono mai interessata alla storia del mio paese o di questa regione, oltre le tematiche “classiche” della Grande Guerra e del Terremoto.
Ora, in questo preciso momento della mia vita, mi trovo ad intraprendere un cammino che mi porterà ad abbandonare la mia Terra, per trasferirmi nella grande Roma.
E, tutt' a un tratto, mi rendo conto che soffro all' idea di lasciare per sempre un luogo che è entrato nel mio profondo, nonostante io lo abbia combattuto strenuamente. Ho sempre saputo, infatti, nel mio cuore, che la mia vita non sarebbe appartenuta a Basiliano. Ma non mi sono mai resa conto di quanto le caratteristiche peculiari del Friuli, landa schiva e riservata, dipingano i tratti salienti del mio io, in modo silenzioso eppur marcato. Ora che mi accingo a partire mi accorgo con malinconica consapevolezza quanto io debba a questi luoghi.
Ci fu un tempo in cui persi tutto, interiormente; conobbi buio e perdita di speranza, fede e forza.
L' unico sollievo che trovai fu un luogo che per me divenne, con il tempo, simbolo di rinascita, di contatto spirituale, di vicinanza con le emozioni più profonde, di libertà, di conoscenza.
Questo luogo viene comunemente chiamato "la collina di Variano", un piccolo colle immerso nel verde, a metà strada fra Basiliano e Blessano, a circa dieci minuti a piedi da casa mia.
Camminare, correre erano attività che mi aiutavano a sfogare la mia rabbia, in quei mesi duri; il bisogno di solitudine mi dirigeva a cercare intimità in luoghi nascosti dal giudizio umano.
La Collina di Variano divenne il mio rifugio segreto, personale, inviolabile. Mi ha sempre affascinato, sin da quando fanciulla ci venivo con genitori ed amichette, durante il “Luglio Varianese”, la sagra paesana, l' appuntamento atteso e prezioso che mi emozionava ogni anno.
Mi piaceva ballare e guardar ballare l' allegria dei balli da sala, sognando e fantasticando ad occhi aperti. Non mi ero mai avventurata da sola nelle stradine acciottolate o nei sentieri erbosi che disegnano i confini della collina.
L' ingresso principale, costeggiato da pini e basso bosco, mi ha sempre toccato nell'anima: i rami arcuati, le luminarie piccine e magiche, accese nei giorni di feste, qualche scoiattolo che saltella fra i rami, i passeri che zampettano e canticchiano, il soffio leggero del vento, qualche bacca rossa, i raggi del sole che filtrano fra le foglie, creando giochi di luce in cui si specchiano ragnatele e gocce di rugiada. C'è un non so ché di Romantico e selvaggio, nostalgico, pregno di aneddoti del passato eppure costantemente presente che tocca e lascia senza fiato.
Esistono sprazzi del giorno in cui questa collina è disabitata: l' alba è il momento che preferisco.
E' troppo presto perché i bambini vengano a giocare, i ragazzi a bighellonare, le mamme a spettegolare, gli sportivi ad allenarsi, le coppie ad amarsi.
All' alba la collina è mia, mia e degli animaletti che la popolano. All' alba il silenzio non fa paura. C' è un profumo pregnante ed indimenticabile, di terra e foglie che si fondono insieme, di prato umido, addirittura il profumo del sole che inizia a scaldare; percepisco la primavera giungere annusando quella sottile essenza di fiori che sbocciano. Oltrepassato l' ingresso, imboccato il sentiero che porta al monumento ai caduti, si giunge nel punto all' apice: il monumento ai caduti è una lapide eretta in verticale, dietro alla quale ci si può nascondere, sedere, ed è esattamente quello che abitualmente faccio, quando mi ritiro lassù: a destra il mare, a sinistra le Alpi, davanti la Chiesetta di San Leonardo, tutt' intorno Natura, pigmenti, fragranze, lucertole, l' abbaiare dei cani in lontananza, un ciclo di vita che continua costante, placido, calmo, rassicurante, materno.
E' un luogo di memoria ed io, in questo emblema del ricordo, ho imparato a placare i miei rimorsi, ad acquietare la mia anima turbolenta, a versare quelle lacrime che suggellano il lasciar andare.
C' era la musica del mio Ipod, inizialmente. In seguito c'è stato il ritmo del mio respiro, pacato.
Annusavo l' aria, mi guardavo intorno, apprendevo come posare i pensieri ed intanto, lentamente, rinascevo, trovavo la forza per compiere scelte, per rialzarmi e tornare a correre, rafforzata.
La solitudine di questo luogo, la meraviglia del sole che si eleva nel cielo, l' osservare i ritmi della Natura, mi sono stati maestri. In questa collina c'è anche uno spazio apposito per i giochi dei bambini, con le altalene, i girelli, gli scivoli, le reti, le panchine strategiche.
L' altalena è sempre stato il mio gioco preferito da bambina, mi sembrava di volare, mi sembrava di toccare il cielo con un dito. Questo spazio per i fanciulli è veramente molto bello, oserei dire involontariamente simbolico: è racchiuso da una serie di alberi che ne delimitano circolarmente lo spazio, poco distante una fontana. Un cerchio nel cui centro si esprime la giovinezza, quindi la vita, la speranza, la gioia: inspiro tutto questo a pieni polmoni e la mia pelle muta. Una pietra massiccia delimita una biforcazione del sentiero poco distante: come non sentire il richiamo delle parole di Jung, l' Antico che solletica la mente, l' eco druido delle leggende, l' emozione che invade il cuore che trema chiedendosi se avrà il coraggio di reggere questo tanto con cui è in contatto.
In questo posto così magico ho potuto meditare, leggere, piangere, sdraiarmi al sole e contemplare il cielo, palpitare con le Frecce Tricolori in cielo e raccontarmi, scrivendo pagine e pagine di diario o parlando a cuore aperto investendo Dio con il mio furore, disperazione, gioia o amore. Attraverso la Terra ho sentito più vive le mie radici. Il monumento ai caduti mi ha parlato di una storia lontana ma viva e vibrante tutt' ora nei ricordi della gente, fluttuante nell' acqua dei Fiumi, indelebile nei sentieri di montagna.
La prima volta che entrai in Roma sentì istintivamente che sarebbe stata una città fondamentale per la mia esistenza e così è stato ed è ancor oggi. A Roma ho conosciuto una porzione in più del mondo, scoprendo il pregiudizio amaro che lega l' origine friulana alla dipendenza con l' alcool.
Ho conosciuto, talvolta, la supponenza della grande città che guarda con disprezzo il piccolo centro contadino ed ho riconosciuto parti di me stessa in questo comportamento, scoprendomi infiammata di collera e desiderio di rivalsa. Offesa, non vista. Ho conosciuto lo smog, sentendo nostalgia della mia aria pulita; le lunghe file di palazzoni cubici, anonimi, in cemento armato bramando in modo struggente le lunghe vie di case con giardino; l' assenza di verde con il mutare della terra.
Nei miei soggiorni nella capitale ho sentito il pungente rimpianto verso il mio rifugio segreto, la forte limitazione nel andare, libera, per strada. Tutto questo mi ha portato all' estremo opposto.
Ed ora, soltanto ora, comprendo la necessità di un equilibrio. Durante una delle mie fughe in collina ho sentito vibrare quella che secondo me è l' essenza friulana nel paesaggio tutt' intorno: c' era un trattore in lontananza, che arava la terra ed io percepivo il solco scavato e pulsante pronto ad accogliere nuova vita. Ho percepito la tenacia, ho assaggiato la storia, per un attimo è stato come riconoscere quelle mani callose che continuano a lavorare, la durezza nei tratti del viso, gli occhi in cui si srotola una lunga Storia di Sacrifici, Gioie, Invasioni, Distruzioni e Rinascite. La persona che amo spesso mi ha rimproverata per la mia attitudine al rispondere un “faccio da sola, mi arrangio, combino, me la cavo”. Ed ora sorrido comprendendo che questa autonomia mi è propria come infiltrazione di un retaggio culturale più antico, profondo, significativo, che sorpassa questi anni, e si perde negli scatti di foto d' epoca e pagine di storia. A Roma, visitando il Museo del Risorgimento, ho pianto leggendo Ungaretti, sentendo quel filo invisibile eppur costante con la mia terra, empaticamente vicina. Ogni volta che posso torno in collina e respiro, spegnendo l' Ipod, assorbendo sorsate di rinascita. Porto nel cuore questi preziosi momenti di vita, arricchita.
Riscopro le mie radici, per poter andare via. Per poter prendere, apprezzare ed amare, anche lontana. Per poter seguire il corso del mio destino, non più in bilico, incapace di stare, realmente. Ovunque andavo, non ero serena, non riuscivo a sentirmi staccata e libera del rimpianto. Riscopro le mie radici, le mie forze, le opportunità. E torno un pezzetto più intera.
Ora posso andare perché non più scollegata. Ora posso cogliere il tanto che offre Roma, senza tradire le mie radici. Nel cuore sempre, la mia Terra, il mio Friuli.

Grande successo per la V^ Edizione del Premio Primo Marinig

Anche la quinta edizione del Premio Primo Marinig è pienamente riuscita. Un gran numero di partecipanti si sono sfidati nel concorso letterario "Parole in libertà: un angolo di Friuli che sento mio". Alla fine la giuria presieduta da Paolo Maurensig ha decretato la vittoria di Carolina Venturini con il racconto "Le mie radici". Segnalati dalla giuria anche gli scritti di Fernando Gerometta e Federico Zucchi. Per la seconda sezione, quella dedicata agli SMS vittoria a sorpresa dell'ultraottantenne Giuseppe Liani emigrante in Uruguay e a pari merito di Luigina Lorenzini.

... come aerei di carta. Il nuovo libro di Pierina Gallina


L'ormai collaudata collaborazione con l'Azienda Agricola Ferrin da vita ad una nuova presentazione di un libro scritto da un caminese. Dopo Odorico e Frappa ecco la raccolta di racconti e poesie di Pierina Gallina. Sicuramente la più affermata fra i nostri scrittori caminesi e non solo. In questa opera sono raccolti componimenti degli ultimi anni. Poesie, anche in friulano, racconti e fiabe. Molti di questi lavori sono stati premiati con importanti riconoscimenti in concorsi tenutosi in tutta la penisola. Il libro sarà presentato da Piera Giacconi, con voci narranti di Paola Benedetti e Mario Grosso. Intermezzi musicali d'arpa con Laura Pandolfo. Venerdi 20 febbraio ore 20.30 presso Azienda Agricola Ferrin Casali Maione Bugnins di Camino al Tagliamento

La presentazione di Plebis Rosae

La presentazione del libro Plebis Rosae ha richiamato una folta presenza di pubblico a testimonianza di quanto a cuore la popolazione abbia la cultura e la storia del nostro territorio.
Nicola Locatelli ha condotto la serata che ha visto succedersi gli interventi del Sindaco Emilio Gregoris, dell'Arciprete Don Antonio Raddi (pievano), dell'On. Pres. della Regione Renzo Tondo, del Vice Presidente della Provincia Fabio Marchetti, del Arcivescovo Mons. Pietro Brollo e della co-autrice la dottoressa Serena Bagnarol. Ad allietare la serata la celebre soprano Francesca Scaini, anch'essa caminese.

Ecco di seguito alcune foto (cliccate su di esse per ingrandirle).

Il Presidente della Regione Renzo Tondo



L'Arcivescovo di Udine Mons.Pietro Brollo



La chiesa gremita ingrandendo si riconoscono di spalle il nostro Sindaco Gregoris, Don Raddi, Mons. Brollo, l'On. Tondo, il Vice-Presidente della Provincia Marchetti ed la soprano Scaini che ha splendidamente allietato la serata.



Don Antonio ed in secondo piano l'On.Tondo e Mons.Brollo


La dottoressa Bagnarol che assieme a Franco Gover e Mons.Zanin è l'autrice del libro.




INVITO


Video vincitore 4^ Edizione Premio Primo Marinig

video

Plebis Rosae

Venerdi 27 Giugno alle ore 20.00 a Pieve di Rosa sarà presentato il libro Plebis Rosae. Un'opera importante dedicata alla nostra Pieve. La sezione artistica-storica curata da Franco Gover e Serena Bagnarol mentre quella teologica da Monsignor Zanin.
Il libro promosso da Studium Musicae in collaborazione con la nostra associazione e il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia verrà presentato all'interno della Pieve di Rosa in presenza dell'Arcivescovo Pietro Brollo e del Presidente della Regione Renzo Tondo.

Giugno 2008




Tre importanti appuntamenti alle porte:


31 maggio 2008 : premiazione del Premio Primo Marinig giunto alla 4^ Edizione, Villa Minciotti a Camino al Tagliamento ore 18.00


2 giugno 2008: Fiera del Refosco, autoctono friulano, a Camino al Tagliamento in Via Roma ore 16.00


27 giugno 2008: presentazione del libro "Plebis Rosae" a Pieve di Rosa ore 20.00.

Ermes di Colloredo: Invito al Nob. Sig. Co. Girolamo N. N. d'andar a Guriz col Sig. N. N.


Jaroni i rusignui dal miò boschet
A i han biel petàt man al sivilot,
E van provand un biel madrigalet,
Al to arif di recità al prin bot.
Mene Ferant, che lest al è il fiaschet
Par sborfà chel so nas a bec frisot,
Ogni uciel si sfadìe di prest là in mude
Par formà un biel concert e' to vignude.

Un' oparete cu farà fracass
Ti prèparin de selve i miei cantors,
La zore e la curnil faran il bass,
La giaje e la badascule i tenors;
La quintr-alt la pojane e lu cagnass,
E ju soprans i tarabus sonors:
L'ultin sarà lu cuc cul chiant divin,
Che fra i altris pàr just Margaritin.

Sarà une orchestre di grang virtüos,
e lu grì sunarà lu chitarin,
La crazzule il liron, e il crot malòs
La viole di giambe e lu violin;
La spinete lu farc, seben mendòs,
Che a no 'l viod senze ochiai nang da vicin;
E po une trombe cu passarà dut
Sunarà di Apulejo il nemalut.

Camerade, ven vie, ti fàs l'invit,
Ma però, tu m'intinz? cu la Parone;
Che senze je dut saress dissavìt,
E lu vidiel mi pararess carbone;
Tu vedaràs lu miò Guriz florìt,
D'ogni color cu i plàs a la persone;
Ti spieti senze fal cun cuur costant,
Ma mene anchie cun te lu bai Ferant.

Valentino Odorico: piovono giornate di sole


"Piovono giornate di sole" è il primo libro di Valentino Odorico. Presentato in collaborazione con la nostra associazione e l'azienda Ferrin di fronte ad un pubblico numeroso. Una piacevole serata per conoscere il nostro giovane artista. Ecco la critica della casa editrice :"Il romanzo di Valentino Odorico ricalca lo stile del diario di viaggio, non necessariamente legato ai luoghi ma piuttosto ai momenti che si susseguono come appuntamenti non casuali con la vita. Tutto è scandito dalle lancette del destino, che si muovono, a volte impietose, a volte estremamente generose di doni inattesi. Un giovane universitario, musicista in erba, diventa per caso uno scrittore di successo. Complici le esperienze di vita, dolorose e non: la morte per Aids di un caro amico; la scoperta dell'amore, libero e diverso, un amore che non avrebbe mai immaginato di confessare neppure a se stesso; una città altra e magica, Amsterdam, dove la vita scorre da una sponda all'altra, da un canale all'altro, colorata e bizzarra come le facciate delle case che nel loro tipico pendere in avanti, sembrano inchinarsi rispettose ai riflessi argentei del mare imprigionato nella terra, fino a scrutare profondità nascoste di un mondo tutto interiore. In questo lavoro c'è freschezza, speranza, voglia di esserci.
Nonostante tutto, nonostante la vita. Ed è proprio la vita che ci torna davanti in cornice dorata, a stimolarci, a smuovere e spolverare coltri intime di rassegnazione, a cantarci una nuova canzone.

L'Abate Domenico Sabbadini


L’abate Domenico Sabbadini è probabilmente il nostro più insigne concittadino. Nacque a Camino il 7 ottobre del 1767 da Maria Pezzetta e Francesco Sabbadini. Il giovane Domenico ricevette una educazione liberale in Udine alla scuola dei Bernabiti, dove Pugnetti, Zamboni e Seghini lo istruirono alle Lettere. Pur di carattere ingenuo dimostrò sin da subito pronto ingegno e capacità letterarie. Interruppe però gli studi classici per dedicarsi a quelli della musica: i cantori della cappella udinese si accorsero difatti della sua voce soavissima e lo portarono nella celebre scuola del melodioso maestro Tomadini, “attirando”, dice il suo biografo Pirona “folle ad ascoltarlo ed applaudire”. Contemporaneamente il Sabbadini si dedicò agli studi della Filosofia e della Teologia e nel 1791 venne consacrato sacerdote restando cantore nel Duomo di Udine. “Vivea il giovane Poeta vita musicale e l’amenità dello spirito e la bontà disinvolta del costume lo rendeano ricercato da ogni gentile adunanza; erano a lui aperte le porte d’ogni onesta e sociale famiglia” continua il Pirona, “ ma in sul quarantesimo anno, sedata alquanto la passione del canto, cominciò a pensare ai tardi anni suoi. Si rimise nella primitiva amicizia delle lettere (…) la Poesia fu il secondo suo amore.” Si riscoprì poeta e le sue opere furono apprezzate e ammirate dai dotti della nostra regione. Centinaia di sonetti di impeccabile fattura dedicati a nozze, messe nuove, funerali, convitti o semplicemente per se e per il suo puro piacere di scrivere. Sono canti che riflettono l’amore del bello, del buono che egli cercò di diffondere. Partecipò nel 1818 ad un concorso per la cattedra di Storia Universale nel Liceo di Udine. La prima domanda del concorso era: “Quali meriti ha l’Italia riguardo alla cultura di Europa e quali circostanze hanno promosso e favorito i progressi delle arti e delle scienze in quella penisola?”. Il nostro concittadino era di natura mite, un sacerdote pacifico, ma allora suddito austriaco espose con fierezza le ragioni per cui la cultura latina favorì la cultura europea concludendo cosi il suo scritto: “ … sia permesso ad un italiano di gloriarsi di appartenere a quella nazione che ha introdotto in tutti gli Stati d’Europa il culto del Vero, del Bello, del Buono affermati in opere che palesano e paleseranno il genio creatore italiano il quale al mondo non ha paragoni.” Il concorso non fu vinto, ma tra il 1821 e il 1824 tenne le veci di moderatore del Ginnasio: fu allora l’idolo dei discepoli studenti e amico di tutti i maestri.
L’unanime simpatia che riscuoteva in tutta la nostra regione sono secondo un’altra studiosa del secolo scorso, Anna Fabris, dovuta anche “alla vena di fine umorismo per la quale scaturivano da uomini e cose che egli rifletteva nei versi berneschi. Vissuto in tempi in cui le osterie rappresentavano pubblici ritrovi egli cantò Caracco, Palotta, Plati osti celebri udinese presso i quali si ritrovano i poeti… le attrazioni, le alterazioni bacchiche di qualche frequentante, sono dal Sabbadini dipinte cosi al vivo che vedute come in un film …”
Il Pirona che alla morte del poeta lesse all’Accademia Udinese l’elogio funebre celebra oltre al suo versatile ingegno la generosità del suo cuore, affermando che la sua bontà giovò fra il popolo a diffondere la civiltà: “inclino sempre a mettersi in armonia con altrui come l’acqua tende all’equilibrio; saldo solo ove trattavasi di religione, di costumatezza, di fedeltà ai doveri di cattolico e di cittadino; cosicchè violenza alcuna non lo trasse a vacillare in tutto il corso della sua vita”
L’Abate Sabbadini morì a sessantasei anni il 6 gennaio del 1833.

3^ Edizione del Premio Primo Marinig


Grande successo alla 3^Edizione del Premio. Alessandro Scodellaro vince la sezione leggi mentre Elisa Mosgini vince la sezione guarda. Premiati dallo scrittore Paolo Maurensig nella bella cornice di Palazzo Minciotti gremita di gente.

Dedicato ai nostri bambini




Io lo so che quando osservate i grandi dai vostri modesti 80 - 100 centimetri vi sembrano veramente grandi. E quando li guardate lavorare con tutti quegli arnesi difficili da maneggiare vi sembrano dei maghi. Non parliamo poi della guida dell’automobile: così sicuri, disinvolti, dei veri mostri di abilità. E quando parlano, quando scrivono, così sicuri, cosi precisi! Quante cose sanno fare i grandi; quante cose hanno inventato, quante scoperte! Sono veramente grandi i grandi! A noi ragazzi cosa resta da fare?? Hanno fatto tutto loro.
Allora io, che sono il vostro sindaco e che conosco grandi e piccoli di questi paesi ho pensato di proporre un programma di lavoro anche per voi ragazzi. Perché ritengo che ci siano alcune cose che voi potete fare e che i grandi non hanno ancora fatto o hanno fatto male. Guardiamoci attorno e scopriremo che dobbiamo impegnarci a ricostruire almeno in parte quel bellissimo ambiente naturale che circondava i nostri paesi: i grandi lo hanno distrutto. C’è un bambino diverso in strada o a scuola con voi, ha un vestito diverso una parlata diversa, una pelle diversa. Voi siete capaci di giocare con lui, non vi disturba la sua diversità anzi vi incuriosisce e quindi vi arricchisce: i grandi fanno molta fatica a fare questo. Voi sapete ascoltare il racconto dei nonni: i grandi non hanno tempo. Lasciate che i vostri amici invadano le vostre case, i vostri cortili, siate amici di tutti, senza invidie, vicini a chi vince, ma anche a chi perde: sarà più bella la vittoria e meno triste la sconfitta. I grandi queste cose non le sanno più fare. Questi sono solo alcuni esempi per un programma di vita per voi ragazzi, altri li scoprirete voi stessi se manterrete vivo quello spirito generoso, spontaneo e sincero che ora avete.
Se saprete fare tutto questo allora sarete veramente grandi. Anzi più grandi dei grandi.

Primo Marinig

Stanis


Sono stato pigro e orgoglioso, debole muscolarmente - nella media - ma abbastanza rapido nel calcolo, sciolto nei movimenti e polipesco nei risultati, sensuale, ma sempliciotto in amore, poi l’orgoglio saliva in cattedra e diventavo pittoresco, un po’ teatrale, per ottenere quel che cercavo. La fantasia è stata una buona alleata, un angelo a volte un po’ ubriaco, altre volte più istruito. Al suo fianco, tra sbagli, mascherature e sonni è cresciuto un uomo che qualche volta ci imbroccava (libri splendenti), a volte strillava (polemiche su stampa, libri oscuri, rapide prigioni africane fra guerriglie ed eserciti tribali), a volte veniva travolto da eventi più forti. Stanis Nievo

Dalla Novella "Il Varmo". Ippolito Nievo 1856.


Certo se il Consiglio fin dapprincipio avesse creduto far onta al riottoso bastardello del Tagliamento imponendogli quella lieve servitú, sarebbesi accontentato di lasciar il guado come stava; ma i consiglieri per avventura non si erano mai specchiati in quelle sue acquette satiriche, né vi aveano veduto sul fondo variopinto quelle lunghe chiome di alica listata di verde e di nero, fluttuante a seconda della corrente, e quelle foglie aranciate di giunchiglia, e quei muschi tenebrosi somiglianti a velluto, onde sopra cervelli scarnati d'ogni poesia non fece presa la paura di sturbar l'albergo d'una qualche fata, e cosí fu commesso quel sopruso del quale pagheranno essi il fio di generazione in generazione.

Introduzione di Stanislao Nievo al libro "Poesie" di Primo Marinig.


Primo Marinig è un poeta innato che ha mirato all’altra vita per lo spirito. Nell’esplosione del suo canto d’anima eletta, Marinig usa parole e versi limpidi, sembra il cantore nascente e paesaggistico d’un tempo lontano e insieme legato al nostro, in un ambiente di civile contrada friulana dove le azioni si ripetono in ordine naturale, lo slancio esce dalla penna con parole di altri, di tutti, che diventano sue nella sintassi poetica.
Sono “le parole che consumano i sentimenti” a cui antepone, pronunciandole, “una sinfonia di silenzi” che prepara per l’anima gemella, quella a cui si rivolge. Usando il linguaggio corrente ne fa una sinfonia per l’aldilà, dove la passione diventa estasi tenera, la notte lontananza piena di luce, le piaghe recenti ebbrezza del perdono. E consolazione dei sospiri per il giorno che lo riporterà dagli amici ebbri di spensieratezza. Cioè senza pensieri. Tutti questi versi sgorgati senza affanno ma con magistrale levità e chiarezza, con disegni di paesaggi, nel ricordo degli emigranti per il Varmo natio fiume dove il poeta si allarga ad un altro poeta indigeno, il mio prozio Ippolito, sul ponticello di legno dove l’altro sorride, pensoso. C’è un sottile filo di vita che esulta…
Così tornano i versi, mai poeticamente banali pur negli etimi correnti, nel fervore vitale dello sguardo della fine, dell’abbandono, della notte e dell’oblio per altri volti che subito dimentica. Quanta grazia disperata in tali rime aperte alla vita e buie di essenze.
Ma improvviso esplode, porta dell’attuale modernità, il fumo ingombrante e lucido per le idee nuove, spesso morte appena nate. “ Dal juke-box … la ninna nanna stanca che culla pensieri sonnolenti… dove il poeta si sente schifosamente bianco e flaccido e lento e vecchio come l’Europa”. E’ la speranza di una nuova vitalità tra lo scoppio delle “vostre” risa. Delle risa di chi gli è vicino. Fino agli inni di morte dove Primo saluta chi legge nella speranza del ritorno vitale, figlio d’un’altra primavera.
Addio Primo. No, arrivederci…


Stanislao Nievo

Associazione Culturale Il Cjavedal


Associazione culturale fondata a Camino al Tagliamento nel gennaio del 2005.
Gli obiettivi di questa associazione stabiliti nel suo statuto sono :
a. Promuovere ed organizzare attività ed iniziative culturali e sociali;
b. Tutelare e porre in evidenza i valori ambientali, paesaggistici, le risorse e le attività caratteristiche di Camino al Tagliamento;
c. Stabilire rapporti con le altre Associazioni operanti in Camino al Tagliamento, anche ai fini di un coordinato sviluppo dei rispettivi programmi ed attività;
d. Promuovere concorsi a premi nell’ambito di varie iniziative disciplinate dal Comitato stesso.

Grande successo hanno avuto le due edizioni del Premio Primo Marinig realizzate nel Giugno del 2005 e nel giugno 2006. Il premio, presieduto dal compianto amico Stanislao Nievo, ha raccolto nelle due edizioni precedenti le idee di giovani caminesi utili a migliorare il nostro paese.

Acqua Albero by Ennius

1976 Terremoto in Friuli ...registrazione dal vivo

Pier Paolo Pasolini: il friulano